
(dalla pagina facebook di ross e lele il racconto del Passatore 2012 di Super Ross!!)
Recuperate le energie e i ricordi, fatto mente locale sul tutto, eccomi qui a raccontare un’esperienza unica: la mia prima 100 km.
Non sapevo proprio come affrontarla, se la mia non-preparazione fosse adeguata, specie a seguito di un fermo di tre mesi e di una mangiata toscana a base di lardo e fiorentina la sera prima, come da sana consuetudine pre gara del mio gruppo sportivo..
Non sapevo neppure se considerare criteri precisi, o, come al solito, l’istinto. Ma così è stato: lascio a casa pensieri, orecchini e cronometro e parto con scarpe, pantaloni da corsa, maglietta, e solo l’intento di seguire le regole del corpo e della mente.
Km zero. ore 15.00. Firenze, piazza della Signoria, è piena, come di consueto, di turisti, ma anche di curiosi che guardano stupiti 2000 pazzi in scarpe da running, pronti (o meno) per correre un pomeriggio e un’intera notte verso Faenza, a 100km esatti di distanza.
100 km.. Domani mi sveglio e decido di correre senza fermarmi fino a Parma o Torino, così, perché mi va. Si, è una cosa per matti, è vero; ma sono matti straordinari, personaggi mobili che si imbattono nell’avventura più impensabile.
Per comprenderlo, bisogna proprio trovarsi lì, tra loro, a sudare sotto il sole pomeridiano di Fiesole o nelle prime salite di Borgo San Lorenzo, sentire la lieve brezza della sera, che muove le fronde degli alberi lungo i viali, che accompagnano lo sguardo giù a valle e alle verdi colline toscane, mentre il sole tramonta, e cresce, invece, forte e deciso, il pensiero di non mollare e la consapevolezza di poter continuare, per altri 70km ancora.
Nonostante tutto il primo tratto in salita con il maritino-superman, uno Juri gasatissimo e l’entusiasta Giustino, il calore della gente e gli insoliti racconti dei miei nuovi compagni di viaggio incontrati lungo la strada mi fanno sentire sempre più leggera e così forte da pensare per un instante: “E se la concludessi?”.
Scambio due chiacchere con l’insolitamente concentrato Paolo e Andrea, che mi fa commuovere quando, intorno al trentesimo, ritrova l’abbraccio a bordo strada delle figlie e la moglie lì ad aspettarlo; e ritrovo per caso, con una carezza improvvisa sulla nuca, Vincenzo, che, in vista del suo infortunio, procede più lentamente del suo solito 4.30 al km.
Ci parliamo, entrambi con scarsa preparazione e due infortuni alle spalle, ridiamo del fatto di essere i veri “bradipi” del gruppo, quelli che se arrivano a cinquanta è tanto e se la finiscono è un miracolo.
40° km. Da qui inizia una serie di tornanti, tutti in pendenza non indifferente. La regola è quella del cammino a passo svelto prima che imbrunisca, mentre il sole si nasconde dietro i monti, il cellulare ti abbandona alla tua nuova dimensione “selvaggia” (hai voluto la bicicletta..) e tutt’intorno si spegne, come d’improvviso, per lasciare il posto ai suoni della natura.
Intorno al 45° incontriamo un corridore sulla sessantina che ci racconta del suo amico quasi novantenne, poco dietro di noi, che è alla sua trentanovesima edizione del Passatore. La domanda spontanea che sorge ad entrambi è : “Ma se la conclude il vecchiettino, perché noi no?”
E poi ci soffermiamo sulle sue parole: “E’ tutto possibile, basta volerlo ed essere saggi durante la corsa..niente di più”. E qualcosa scatta dentro di noi; senza rivelare nulla continuiamo a correre, superiamo il passo della Colla e ci addentriamo nella notte.
Passi. Ricordo soprattutto il rumore dei passi dei podisti, i respiri un po’ affannati, il suono del ruscello che ci ha sempre accompagnato; e poi un cielo stellato visto pochissime volte sinora, il cri cri dei grilli, i racconti dei “folli passator cortesi” e le parole mie e di Vasco sulla vita, la famiglia, la corsa, la speranza lungo la strada sempre più buia: i suoni riecheggiavano nell’aria, quasi come a voler rimanere più impressi, per rimarcare le esperienze vissute e dare un senso a questa.
Correre di notte, a 1000 metri di altezza, in mezzo agli Appennini, mentre si attraversa l’Italia da ovest ad est, provvisti solo di una torcia per non finire in un burrone e “due gambe e mezzo”, crea sensazioni molto particolari: sembra di essere parte di una storia fantastica, di un racconto dei nonni la notte di Natale (“si dice che corsero per 100 km lungo i monti..”), parte del tutto, di un ambiente che vivo troppe poche volte, presa sempre da altri ritmi, altri mondi, altri schemi.
Non so bene cosa sia la libertà, ancora oggi non sono riuscita a definirla, ma credo che in quel momento mi sia sentita profondamente “libera”.
65°Km. Dopo una lunga discesa (e le mie ginocchia la confermano), c’è l’ultimo traguardo ufficiale prima della 100km. Da qui bisogna prendere una decisione: o si abbandona o si conclude la corsa. Io e Vincenzo stiamo bene, ci sentiamo forti e stranamente attraversiamo ogni ristoro stupiti dei km percorsi, del fiato ancora presente e delle gambe ruotanti. Abbiamo solo un po’ freddo, ma possiamo farcela, lo sentiamo.
Capiamo km dopo km che questa è una gara da correre con il cuore, la passione, tenacia e grinta, ma anche con la testa, e quella c’è tutta, non ci ha mai abbandonato.
Per un attimo, ho rivisto me ai primi 3 km intorno a casa, quando arrivavo sudata e stanca, quasi senza fiato dopo 20 minuti, o nella gioia di aver corso per un’intera ora o nell’emozione -fortissima- di ogni arrivo in maratona, e mi sono chiesta: “perché corro?”. La risposta è stata chiara e in riferimento a quelle particolari e personalissime sensazioni, indescrivibili. Così ho deciso di proseguire, di seguire l’istinto e quella vocina che mi porta a credere che sempre, nella vita, con impegno e dedizione, si può fare, si può correre ancora.
E corriamo, parliamo, lottiamo, sudiamo..fino alla fine.
100 °km. Ore 04.54 del mattino. Io e Vincenzo tagliamo il traguardo.
Abbraccio Vincenzo e lo ringrazio più volte per ciò che ha fatto. Senza di lui non l’avrei mai percorsa così tranquillamente, con quella serenità e leggerezza tipiche di chi condivide un viaggio; non avrei forse neppure deciso d’imbarcarmi, al 25° km, in una simile avventura.
Ora capisco che potrei sembrare forte nell’aver corso per 100 km; in realtà, la mia grande forza proviene da chi mi sta accanto, sul percorso e fuori da lì.
Come nelle grandi occasioni che ti riserva la vita – giusto per fare un pensierino- ho capito che conta davvero poco per stare bene: beh, 100 km, due paia di scarpe consumatissime e un po’ di fiato non è molto per realizzare la felicità; in realtà serve tutto ciò che c’è alle spalle di questo, il come e il perché, ma soprattutto CHI ti accompagna in questa corsa matta, che chiamiamo “vita”.
Ho scoperto che passiamo ore o giornate intere a lamentarci per nulla, che tutto è possibile se si desidera davvero, che ci si perde talvolta in bicchieri d’acqua giganti, ad inseguire chissàche poi ci è di fronte o accanto, e che la grinta non è una questione genetica, ma è una forza che parte da dentro, che si costruisce secondo stimoli precisi.
E la maggior parte di questi stimoli sono proprio quelli che “sai che sono lì”, che ti aspettano a casa al rientro, che basta un sorriso e ti alleggeriscono ogni percorso e l’anima quando serve, quelli che erano con me dal primo km e quelli su cui sapevo poter contare nel caso mi perdessi tra i noti lupi maremmani.
E’ grazie a loro che la vita ti sembra semplicemente migliore.. anche dopo 100 km.
Rossella
P.S. Un grazie speciale a chi concretamente mi ha permesso di essere lì, presente alla partenza: a tutto il Vp Group ed in particolare al suo fortissimo presidente Dado (9.58, complimenti!). Tutte quelle persone che ci hanno accompagnato, dall’entusiasmo che Ale mette in tutto ciò che concerne il gruppo, al sorriso di Marzia e Orietta che si sono fermate per passarmi beveroni e salviette, il tifo di Gloria che risuonava oltre la valle, l’urlo indimenticabile di Demetrio al 99° :“Faenza, Faenza!”. L’abbraccio forte del mio tesoro Emanuele all’arrivo, i toni sorpresi di tutti quando al telefono ci chiedevano: “ ma la finite davvero??”, la determinazione che Dado mi trasmette ogni volta che compie un’impresa, la leggerezza di Ferdi, la forza del gruppo che non si dà per vinto..e arriva, sorridente e unito, sempre.
Ora soprattutto realizzo che non sono stata io e non è neppure il percorso in sè, è più il “contorno”, le persone e l’entusiasmo che si respira a rendere unica questa corsa.





