Niente di meglio che la pagina del blog del Trop Runner Ferdi (per gli amici "Il Figlio del Vento") per riportare le emozioni della trasferta VPGroup alla Maratona di Roma.

Il Colosseo, i sampietrini, il Cupolone, Piazza Navona, lo strappone del Campidoglio...... più ci torno, più continuo a pensare che sia la Quarantadue più bella del mondo....

 

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È sempre così. Si comincia con le previsioni del tempo. Come potrà essere Roma l’ultima domenica d’inverno? Farà fresco o moriremo dal caldo? Per le nostre aspettative di milanesi Roma il 18 marzo non può che essere un’esplosione di primavera. Ci basta passare gli Appennini e ci aspettiamo di sbarcare alle Maldive. Domenica è il 18 marzo, e soltanto la settimana dopo sarà un’altra stagione, con le giornate più lunghe di un’ora, con la prospettiva dell’estate e il sollievo di aver gettato il freddo alle nostre spalle. Ma il 18 marzo come sarà?

Ci portiamo dietro un po’ di tutto: la canotta, la maglia a maniche lunghe, i pantaloncini leggeri sventolanti, e un paio di ciclisti, cercando di rimandare la decisione all’ultimo minuto. Anche perché quando corri c’è solo una cosa fondamentale che devi avere dietro: le scarpe. Per tutto il resto ci si adatta.

Sabato a mezzogiorno atterriamo a Fiumicino e, non ci crederete, erano davvero le Maldive. Bello, bellissimo, camminare per il centro di Roma in maniche corte, l’aria tersa e cristallina pulita dal vento. La sensazione di vivere per strada che noi milanesi non avremo mai.

Bello, certo, se sei venuto per goderti la vista della città dal Gianicolo o per salire sul Pincio a goderti il tramonto, ma se pensi alla gara ti immagini già di arrostire sulle strade cittadine di sampietrini arroventati dal sole, sferzato dalle raffiche di vento che ti fanno faticare tre volte tanto. Ma, come diceva Rossella O’Hara, ci penseremo domani.

Il domani arriva, e le raffiche di vento sono ancora lì. Ti rimane solo da sperare che il vento non sarà in grado di infilarsi per le vie della città. Non fai in tempo a pensarlo che già capisci che ti stai raccontando una bugia. Avrai il vento a raffiche per tutta la gara. Cavoli, proprio io che sono abituato a correre sul Naviglio dove le bandiere stanno afflosciate sul pennone 364 giorni l’anno e il 365° si alzano cinque minuti contro voglia per poi crollare di nuovo. E pensare che i miei amici mi chiamano pure il figlio del vento, quello che si dice l’ironia della sorte.

Solo a Roma puoi arrivare alle gabbie di partenza dai Fori Imperiali. È una sensazione strana, ti guardi intorno e vedi le targhette degli archeologi sulle mura romane, e ti rendi conto che non sarà la solita partenza sul vialone con il gonfiabile della Asics.

Questa volta sono privilegiato e parto con il pettorale rosso (Beppe, se mi leggi, ti sarò grato per tutta la vita, ma tranquillo, gli altri non sanno niente e io terrò per sempre la bocca cucita).

Non mi rendo conto di quanto sono davanti finché non ci arrivo. Non ci posso credere. Una fila di organizzatori che si tengono per mano ci isola dagli altri 16000 che stanno dietro. Noi, quattro gatti, abbiamo tutto lo spazio che vogliamo, possiamo sgambettare, fare finta di scaldarci, ma se lo facciamo è solo per un motivo: farci vedere e farli morire di invidia. Quelle povere sardine.

Ecco, ci siamo, mancano pochi minuti alla partenza, si va con la musica. Arriverà qualcosa per darti la carica, per dare sfogo alla tensione che si accumula da lunghi minuti. Qualcosa di forte, qualcosa che spacca. Lady Gaga? Madonna? Shakira? No, That’s Amore di Dean Martin. Ah, ecco, siamo messi bene. Come minimo, al ristoro, ci troveremo il minestrone Findus.

Via, partiti, da dietro arrivano le orde barbariche. Mi sento un po’ come nel film Il Gladiatore. Dopo i primi chilometri mi accorgo che il Garmin ha strippato. Se lo guardo dovrei essere come Bikila nel ’60, ma purtroppo è solo lui che mi vuole troppo bene ed è tanto generoso. Cosa fare? Come gestire la gara? Davanti vedo i palloncini gialli, i pacer delle tre ore. A una cinquantina di metri ce n’è uno, e più avanti gli altri due. Cerchiamo almeno di non perderli di vista. Verso il ventesimo mi accorgo che faccio fatica a vederli. No, caspita, sto perdendo terreno.

Quindicesimo chilometro, si passa il Tevere, dietro Castel Sant’Angelo, giri e sbuchi in via della Conciliazione. Ti si spalanca davanti, enorme, la facciata di San Pietro. Sono venuto qui tante volte, ma così grande non l’ho vista mai. Anche il colonnato della piazza ha un’altra dimensione. Bernini, sei un genio.

Arriva il primo ristoro solido: vedo le arance! Ah, gli spicchi di arancia. Mi ricordo ancora quanto mi avevano portato fortuna ad Amburgo due anni fa, dove li davano i bambini che assistevano alla gara. Ci ripenso e mi commuovo. La sera prima avevo avuto un po’ di acidità, ma mi era passata. Cosa faccio, li prendo? Farò la cazzata? Ho fatto la cazzata. Ed è subito acidità.

Passaggio della mezza: un’ora e mezza preciso. Caspita, mi dico, l’ultimo pacer è davanti a me e faccio fatica a vederlo, quelli più avanti chissà dove sono finiti. Ma non stanno un po’ esagerando? Senti, guarda, lascia perdere che se no fai come a Reggio Emilia che scoppi al trentacinquesimo. Tieni il tuo ritmo, anche perché vedrai come bollirai durante gli ultimi chilometri per le vie del centro.

Lo so, per me quei chilometri prima del trentesimo sono sempre i più difficili. Perché so che o crollo oppure, se ho gestito bene la gara, aumento di ritmo.

Al trentuno mi ritrovo il primo pacer, che nel frattempo ha perso tutti i palloncini gialli. Lo passiamo. Mi guarda malissimo (dentro di sé pensa: sì, sì, fai pure il figo che tra 600 metri ti raccolgo col cucchiaino. Lo penso anch’io). Passiamo il secondo pacer, il quale, sdegnosamente, mi ignora.

Momento difficile quando si passa da piazza Venezia, e al posto di andare all’arrivo, devi prendere l’infuocata Via del Corso in direzione opposta a dove andresti tu: ovvero diretto alla fine della gara. Certo che però il bagno di folla in piazza del Popolo è emozionante.

Ecco, la fine si avvicina, una salita tremenda al quarantunesimo non ci voleva proprio. Però almeno ti aspetti che lì alla fine troverai ali di folla a incitarti. Ma neanche per idea, dietro le transenne ci sono quattro gatti che tra l’altro fanno abbastanza i cavoli loro. Pazienza, oramai è finita, un bel discesone, si intravede un numero 42, e subito dopo i numeri gialli del cronometro.

Datti un contegno, fai finta di essere freschissimo e taglia il traguardo.

Stavolta è andata bene.

Ferdinando Corberi, per la prima volta a Roma sotto il muro delle Tre Ore... (dal blog Dipingere le Farfalle)