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«Per coloro che non conoscono Firenze o che la conoscono poco, alla sfuggita e di passaggio, dirò come ella sia una città molto graziosa e bella circondata strettamente da colline armoniosissime […]; a quello strettamente aggiungerò un dolcemente che mi pare tanto a proposito, giacché le colline vi scendono digradando, dalle più alte che si chiamano monti addirittura e si avvicinano ai mille metri di altezza, fino a quelle lievi e bizzarre di cento metri o cinquanta […]. Ogni qualvolta io abbia avuto occasione di accompagnare degli stranieri sopra queste cime, o Italiani d’altra regione, per esprimere tanta diversità di visuale, di sensazioni o apprezzamenti, non riuscirono a trovare che una parola: “bella! bella! bella!” tante volte ripetuta e in tanti toni, talora coi denti un pochino stretti, ma si capisce che chi diceva “bella” ne aveva un’altra nel cuore e, come tutti gli amanti, non potendo ammettere bellezza che superi quella del proprio amore un sospetto soltanto li faceva turbare per un istante; parola che forma nella memoria, e nel giusto orgoglio, un coro gradevolissimo, o meglio, una sinfonia discorde e armoniosissima come le colline di Firenze».

Eh sì, mi piacerebbe fossi stato io a scrivere queste parole, ma invece è la descrizione che Aldo Palazzeschi pone all’inizio delle Sorelle Materassi. Certo è però che descrive esattamente quello che si prova quando appena usciti dal centro di Firenze ci si inerpica sulla salita verso Fiesole. Perché tutti dicono che Firenze è bellissima; ma sbagliano, perché la Firenze più bella è quella che si vede dalle sue colline. E quando sei appena partito con la prospettiva di fare cento chilometri non sapendo quello che succederà, questo spettacolo lo godi tutto, perché sai che di questa energia avrai bisogno.

Parte così la gara. Duemila persone in canotta e pantaloncini dietro a piazza della Signoria. Estraniati in mezzo agli ombrellini dei giapponesi, scompaiono in mezzo al tritatutto di un qualsiasi pomeriggio fiorentino. Ed è proprio così la partenza del mitico Passatore, gara di lunga tradizione e sogno proibito di ogni podista. Discreta e sottotono, come fossero i soliti quattro gatti che si ritrovano per fare un lungo. Tant’è che viene voglia di chiederti: Tutto qui?

Il bello e il brutto di questa gara sono i saliscendi. D’altronde, se pensi che si parte da Firenze e si arriva a Faenza, la carta geografica ti dice che in mezzo ci sono gli Appennini. Di solito l’altimetria ti frega perché se la guardi ti sembra tutto piatto e poi quando inizi a correre ti rendi conto di andare sulle montagne russe. Così mi era capitato alla maratona di Reggio Emilia. L’altimetria segna: leggera salita all’inizio e seconda parte tutta in discesa. Col cavolo! È tutto un saliscendi che ti viene il mal di mare, e la discesa non si è mai vista, neanche col binocolo.

Figuriamoci adesso, che solo guardando il grafico ti si presenta una curva che si impenna dal trentunesimo al quarantottesimo. Da 195 a 913 metri nel giro di diciassette chilometri. E che, mi avete preso per una capretta? D’altronde, mi dico, potevo anche evitare di iscrivermi e fare la Avon running. Ma è sempre così: il momento di saggezza arriva dopo che hai fatto la cavolata.

Un po’ si va su, un po’ si va giù, e all’inizio non è neanche male. Perché quando scendi ti sembra che sia tutto facile. Ce ne ho altri settantadue da fare? Eh, hai voglia, così vado anche oltre.

Convinto di proseguire fino a Ravenna, a magari fino a Bari, mi schianto contro il muro del trentasettesimo. Un paio di tornanti niente male infrangono i miei sogni di gloria. Mi ridimensiono subito e mi faccio una passeggiatina fino al mitico passo della Colla. Ripartiremo dopo… forse.

Da una parte ti viene il nervoso a pensare quanto tempo stai perdendo, ma camminare ha anche il suo lato positivo. Come diceva Bruno Lauzi nella sua famosa Tartaruga: «andando piano lei trovò la felicità: un bosco di carote, un mare di gelato, che lei correndo troppo non aveva mai guardato». Caspita, come aveva ragione! Mi guardo intorno e vedo le macchine dei gruppi di supporto posizionate ai due lati della strada piene di ogni ben di dio. Elaboro una strategia diabolica. Passo davanti a un’auto con bagagliaio aperto. Ananas tagliato a pezzetti in bella vista. Non riesco a resistere, faccio gli occhi da cerbiatta e chiedo un pezzo. Mi avrebbero dato anche il portellone del bagagliaio! Cavoli, se funzionano gli occhi da cerbiatta!

Arrivo al quarantottesimo, si oltrepassa la Colla. Da quel punto in poi è tutta discesa. Sono felice, non vedo l’ora di riprendere a correre. Poi penso che ne ho altri cinquantadue. Sono un po’ meno felice, ma riparto lo stesso.

Calano le tenebre. La stellata è magnifica, peccato però che per la strada non si vede più un tubo. Robi (che non finirò mai di ringraziare abbastanza, infatti ne approfitto anche adesso: grazie Robi!) mi procura una lampada frontale cinese, avanzo della Monza-Resegone del ’92. Ci metto ventidue minuti per capire come funziona, però poi la domino perfettamente perché riesco ad avere le ginocchia illuminatissime ed entro persino in sincronia con le sue oscillazioni per evitare di trovarmela per la sesta volta tra l’orecchio e la guancia. Per strada non mi vede nessuno e io non vedo una mazza. Però, caspita, che belle ginocchia che ho, non l’avevo mai notato. Dovrei valorizzarle di più.

La colonna sonora del momento è Emozioni di Lucio Battisti: «E guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire».

Questa volta però l’altimetria non mente, perché a parte una piccola salitina per entrare a Brisighella, è veramente tutta discesa. Non oso neanche immaginare cosa sarebbe stato di me se avessi trovato una salita a tradimento al novantesimo. Avrei chiamato il 118 e mi sarei fatto fare anche due flebo, come segno di protesta non violenta.

Lo spirito umano è molto difficile da comprendere. A volte trascuriamo le cose fondamentali, ma siamo pronti ad attaccarci alle piccolezze. Il Passatore me ne ha dato una prova evidente. I chilometri della Faentina, che si possono leggere sul ciglio della strada, sono uguali a quelli del percorso, tranne che per un chilometro e seicento metri. Ebbene, non sono i cento chilometri che ti danno fastidio. Quelli sono come un macigno del destino che accetti con rassegnazione. Ma quel chilometro e mezzo, cavoli, quel chilometro e mezzo! Sei al novantunesimo e ti cade l’occhio sul bordo della strada che ti dice ottantanove. È devastante. Per questo motivo avrei un suggerimento per gli organizzatori. Per favore, per la prossima edizione cancellate con l’uniposca tutti i chilometraggi della Faentina, almeno dal sessantesimo in poi. Tanto quelli che viaggiano in macchina ce l’hanno il contachilometri.

E poi, voi lo sapete perché si chiama il Passatore? Sì, sì. Lo sanno tutti che è il famoso Passator cortese che compare anche in una poesia di Pascoli: «Romagna solatia, dolce paese,/ cui regnarono Guidi e Malatesta;/ cui tenne pure il Passator cortese,/ re della strada, re della foresta.». Il famoso Robin Hood della Romagna, il brigante che razziava quelle terre alla metà dell’Ottocento (a cui anche Raul Casadei ha dedicato una canzone). Ma non tutti sanno che si chiamava Stefano Pelloni.

Pelloni? Ma che, Pelloni come il nome vero della Carrà? Ma la Carrà, non è anche lei di quelle parti? Ma, sta a vedere che…

Sì, caspita! Ho scoperto che il Passatore è veramente un antenato della Carrà.

Sì, però, allora, che vergogna! Invece di fare la prova Danacol dovevi venire tu, Raffa, a metterci la medaglia al collo all’arrivo.

Già arrivare alla piazza di Faenza e sapere di avercela fatta ti mette in pace con il mondo. Però, se ci fossi stata tu a onorare i tuoi antenati, ci avresti fatto sognare.

 

Ferdinando Corberi (il Figlio del Vento)

dal blog dipingere le farfalle