Mancano 10 giorni alla partenza della spedizione Verde Pisello alla 115a edizione della Boston Marathon.
Inutile dire che è già forte l'emozione di quella che per me è la realizzazione di un piccolo sogno fin dal momento in cui, in un momento di totale incoscienza, avevo deciso di correre la mia prima maratona (parliamo del 2000, parliamo di iscrizioni ancora in lire....). Non solo: Boston per me sarà la prima apparizione negli States e sono certo che non mancherò di dimostrare ad ogni angolo tutto il mio italico provincialismo da serial tv.
Per parlare della Maratona di Boston, un vero e proprio pezzo di storia del podismo, ho deciso di riproporre sul sito il racconto di Rodolfo Lollini (per i veri atleti meglio noto come "il podista parvenu"), valente redattore di podisti.net che proprio per podisti aveva preparato lo scorso anno una serie di godibilissimi articoli sull'evento
Con un grazie al Podista Parvenu ecco le prime due puntate

A BOSTON PER LA STORIA
C’è chi sceglie Londra o Berlino per fare il record, chi punta spedito verso New York o Chicago in cerca della mondanità, chi corre a Roma o Venezia per godersi il panorama.
Chi ha un appuntamento con la storia, invece, non ha dubbi: lunedì 19 Aprile 2010 andrà a Boston a disputare la 114^ edizione della maratona organizzata dalla Boston Athletic Association (B.A.A.) e tra loro ci sarà anche un gruppo d’italiani che viaggeranno sotto l’egida di Podisti.net!
La gara, che si svolge nello stato del Massachusetts è, infatti, la più anziana del panorama mondiale, vantando la sua prima edizione in data 19 Aprile 1897, ovvero nella primavera successiva ai giochi olimpici di Atene. Promotori dell’iniziativa alcuni reduci dell’olimpiade greca, che all’esordio misero sulla rudimentale linea di partenza una quindicina di concorrenti. Da allora siamo progressivamente arrivati a numeri importanti (nell’edizione del centenario 38.706) mentre il numero di spettatori si è subito attestato su livelli eccezionali. Si narra che dopo poche edizioni oltre 100.000 persone si assiepassero lungo il percorso per assistere al passaggio di poche decine di concorrenti. Percorso che merita di essere descritto con una certa dovizia di particolari e di cui Vi parleremo nella prossima puntata.
Centoquattordici edizioni, senza interruzione, anche se il compito della B.A.A. è stato favorito. Nessun grosso impedimento salvo un paio di guerre mondiali e la grande crisi del 29. Bazzecole rispetto alle problematiche del salone del mobile meneghino che secondo la lungimirante giunta comunale ha reso opportuno far saltare la Milano City Marathon del 2009…
Lunga è la storia della corsa e lunghissimo l’elenco dei campioni che se la sono aggiudicata, benché soltanto un uomo è riuscito nell’impresa di trionfare qui e di vincere anche un alloro olimpico sui 42 km. No, non è Bikila. Negli States per questa ragione lo chiamano “the only-one”, ma per noi è più semplicemente Gelindo Bordin, che a 20 anni di distanza da quella vittoria ritornerà sul luogo del trionfo.
Noi crediamo che l’anima di una maratona si trovi nel suo percorso, e pensando a tante manifestazioni sui 42 chilometri troviamo conferma di questa tesi. Ci sono corse che hanno un’anima ben precisa, chi quest’anima la cambia troppo spesso, chi proprio non ce l’ha, perché la sta ancora faticosamente cercando.

L’anima della Boston Marathon è ben delineata, ed in questa puntata cercheremo di desciverla un poco anche a chi non la conosce ancora.
La prima osservazione sul tracciato riguarda la distanza, perché l’adozione dei 42195 metri non è certamente nata con l’Olimpiade di Atene, bensì con quella di Londra del 1908, dove il caro Dorando Pietri pagò a caro prezzo questo ulteriore allungamento, introdotto per la prima volta allo scopo di compiacere la famiglia reale che gradiva vedere partire i concorrenti da sotto casa, o meglio, da sotto castello.
Quindi nel 1897, edizione numero uno, i dieci finisher percorsero circa 37 km e questo andazzo continuò fino al 1923. Poi si passò ad una quarantina nel triennio 1926-1926, per approdare ad una distanza corretta nel 1927. Storia finita? Neanche per sogno, perché la corsa si accorciò di qualche centinaio di metri fino a tornare in linea con gli standard attuali solo, si fa per dire, dal 1957.
Oggi la caratteristica che è restata peculiare è l’altimetria. Partendo da Hopkinton, a ovest di Boston, il dislivello favorevole è pari a 140 metri. Quindi stiamo parlando di una gara in discesa, o neglio downhill, per seguire la denominazione che la IAAF assegna alle competizioni dove il delta altimetrico supera il metro per ogni chilometro da percorrere. E’ quello che capita alla maratona di Carpi, di Treviso o delle Terre Verdiane, tanto per fare tre esempi in casa nostra, dove si superano i 42 metri di dislivello. Tutto bene quindi: gara facile, verrebbe immediatamente da esclamare. Non è proprio così, perché mentre nelle gare sopracitate, ad un dolce declivio, segue una parte in sostanziale pianura. A Boston il saliscendi è continuo, con il podista che deve continuamente adattare caratteristiche di corsa e muscoli al tipo di pendenza affrontata. Si trovano salite già dal km 8, anche se il vero spauracchio comincia al km 26, con la prima delle quattro temutissime “Newton Hills” (le altre sono posizionate ai km 28,5 31,5 e 33,2) che cuociono perbenino la gran parte dei runners fino a costringere i meno allenati, ma non solo quelli, a percorrerle al passo.
La più conosciuta di queste salite è proprio l’ultima, la Heartbreak Hill, ovvero la collina spezzacuore e mai nomignolo fu più azzeccato. Su questo apparentemente modesto strappo di non più di 600 metri, nei pressi del Boston College, si sono giocate le sorti di moltissime edizioni della gara. Pure Gelindo Bordin vinse proprio lì, raggiungendo il battistrada, anche se arrivare da dietro non è sempre sinonimo di vittoria. Anzi il nickname fu coniato dal quotidiano “Boston Globe” nel 1936, quando il campione in carica John Kelley, raggiungendo il fuggitivo Ellison “Tarzan” Brown su questo strappo, nel sorpassarlo gli diede una canzonatoria pacca sulla spalla. Tarzan, per niente rassegnato, andò a riprenderlo e lo lasciò col cuore spezzato proprio su questa salita, per aggiudicarsi la gara per distacco.
Insomma, se arrivi in cima alla Heartbreak Hill con il passo sicuro di Bill Rodgers nel 1980, quando si aggiudicò il suo quarto titolo, il più è fatto. I quattro km che seguono sono in discesa e sui 400 metri finali l’entusiasmo ti porterà a non sentire la leggerissima salitella che chiude la prova. Di certo, che tu affronti questo tratto in solitaria come lui, o confuso nella massa degli atleti, sulla Heartbreak Hill sarai sempre solo con le tue forze a combattere questo maledetto strappo, spesso condito da un simpatico vento contrario.
E solo quando avrai domato anche la collina spezzacuore potrai comprendere la vera essenza, l’anima della Boston Marathon ed entrare anche tu in una storia di cui proveremo a raccontare qualche episodio nelle prossime puntate.
rodolfo.lollini@podisti.net








