Mancano solo 3 giorni giorni alla partenza della spedizione Verde Pisello alla 115a edizione della Boston Marathon.

Per parlare della Maratona di Boston, un vero e proprio pezzo di storia del podismo, ho deciso di riproporre sul sito il racconto di Rodolfo Lollini (per i veri atleti meglio noto come "il podista parvenu"), valente redattore di podisti.net che proprio per podisti aveva preparato lo scorso anno una serie di godibilissimi articoli sull'evento

Con un grazie al Podista Parvenu ecco le ultime due puntate

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Con la speranza che le puntate precedenti abbiano sollecitato la Vostra curiosità ed anche la voglia di correre questa splendida maratona, è venuto il momento di descrivere i requisiti necessari per la partecipazione. E sì, perché a Boston non si va senza un adeguato “pedigree”. Chi vi scrive, nel 2007 ha immeritatamente partecipato ad un campionato del mondo di maratona master, non proprio la corsetta dell’oratorio, ma non avrebbe potuto presentarsi ai nastri di partenza a Boston. Quindi capirete che per molti maratoneti, l’impresa sta nel qualificarsi per la Boston Marathon ancora prima che correrla.

L’elitaria B.A.A. la Boston Athletic Association ha, infatti, fissato i seguenti limiti cronometrici per gli atleti nella fascia di età 18-34 anni: 3h10’ per gli uomini e 3h40’ per le donne.

I limiti di qualificazione non riguardano soltanto i più giovani ma tutti i partecipanti. Ecco alcuni esempi. Per il gruppo di età 40-44 servono 3h20’ per gli uomini e 3h50’ per le donne. Ai cinquantenni è richiesto 3h35’ e 4h05’ e via di questo passo, fino alla categoria degli over 80, che strappano il biglietto d’ingresso con le seguenti prestazioni: 5 ore gli uomini e 5 ore e mezzo le signore.

Riscontri cronometrici che vanno dimostrati e vengono attentamente controllati dalla B.A.A., anche se tutti gli anni viene messo a disposizione un limitato numero di wild card e Podisti.net non si è fatta sfuggire l’occasione per offrire questa opportunità ai suoi lettori. Quindi se siete interessati all’edizione 2011 battete un colpo…

Boston, percorso duro per uomini e donne dure, con tempi di arrivo di tutto rispetto, malgrado le difficoltà raccontate la volta scorsa. Grazie all’enciclopedico Franco Anichini, scopriamo che fino ad oggi sette atleti maschi sono stati sotto il muro delle 2h08’, con Robert Kipkoech Cheruiyot a detenere il record della manifestazione, grazie al 2h07’14” ottenuto nel 2006. E’ una prestazione notevole se parametrata a gare più scorrevoli. Pensate che il grande allenatore Luciano Gigliotti, per commentare il 2h08’19” con cui Gelindo Bordin vinse la gara nel 1990, stabilendo il record italiano, paragonò questo tempo ad un 2h06’30” se il suo atleta avesso corso ad Amsterdam.

Il record femminile è sempre targato Kenia e datato 2002. Porta il nome della trionfatrice di NY, Margharet Okayo. Una bellissima prestazione ed un grande tempo, anche se per le donne, fino al 1972, la grande impresa fu quella di partecipare alla gara stessa, in quanto furono ufficialmente ammesse solo da quell’anno. A questo proposito, nelle edizioni precedenti ne successero di tutti i colori, con atlete “travestite” da uomo a correre in incognito e zelatissimi giudici a “placcarle” al via o lungo il percorso, come accadde a Katherine Switzer nel 1967! Quindi se l’albo d’oro cominicia dal 1972, le precedenti triplette di Roberta Louise Gibb e Sara Mae Berman, che furono tollerate in quanto corsero senza pettorale, meritano di essere ricordate come tanti altri episodi che racconteremo prossimamente.

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Per descrivere i personaggi che hanno scritto la storia della Boston Marathon servirebbe un libro, piuttosto che il nostro striminzito articolo. In ogni caso ci proviamo, ben sapendo che andremo incontro a molte colpevoli omissioni.

Parlando di “primi” non possiamo che iniziare con John J McDermott (USA), primo vincitore nel 1897, mentre per la prima donna ufficialmente premiata al traguardo, bisogna attendere il 1972 con Nina Kuscsik (NY/USA). In precedenza, come descritto nella terza puntata, le donne non furono ammesse ed addirittura c’è chi cercò di cacciarle dal percorso come capitò a Katherine Switzer, che si era iscritta inserendo solo l’iniziale del nome di battesimo, pur di accaparrarsi un pettorale in barba al sesso. Giova ricordare che successivamente la Switzer venne “riabilitata” e considerata vincente, seppur ufficiosa, di ben tre edizioni.

Ci fu poi un’altra atleta che dovette faticare non poco per aver riconosciuto il suo merito. Si tratta della canadese Jacqueline Gareau. Il fattaccio avvenne nel 1980, quando tale Rosie Ruiz s’intrufolò nel percorso a circa un miglio dal traguardo. Servirono quindici giorni di accurate investigazioni e consultazioni dei filmati registrati, per far luce sulla vicenda (n.d.r.: purtroppo ai tempi Podisti.net non esisteva ancora e per gli impostori la vita era molto più facile…)

Tutto ciò ora non è più possibile, in quanto con il controllo tramite chip, la truffa è diventata più complicata. Tra l’altro, come in tutte le maratone serie di una certa dimensione (ogni riferimento ad altre maratone è puramente casuale), le donne partono prima, in maniera di evitare l’odioso fenomeno delle lepri al maschile. Benchè da noi poi ci si organizzi al meglio con “ciclisti per caso” a tagliare il vento e giudici “distratti” a lasciar allegramente correre, come recentemente capitato alla Roma-Ostia.

Un altro primo della classe che ricordiamo con grande piacere è Bob Hall, che nel 1975 si classificò primo tra i corridori in sedia a rotelle. Sempre all’avanguardia, la Boston Marathon fu la pioniera tra le grandi maratone ad includere la “wheelchair division” tra le classi premiate. Il tutto nacque da una scommessa tra Hall ed il direttore della gara Will Cloney. Con 2 ore e 58 minuti l’atleta riusci a stare sotto il muro delle tre ore vincendo gara e scommessa. La categoria divenne subito popolarissima e beneamata da tutti gli spettatori anche grazie alle mitiche sfide tra Jean Driscoll e Jim Knaub.

Tra i pluri-vincenti, Clarence DeMar (USA) è in testa. Le sue sette affermazioni, tra il 1911 ed 1930 (complice anche il numero limitato di partenti, mai oltre il centinaio), ben difficilmente potranno essere eguagliate. Tra le donne il dominio Catherine Ndereba (KEN), poker nel quinquennio 2000-05, è certamente di ben altro spessore, senza nulla togliere al mitico Clarence.

Non vi tediamo con il “Rosario” dei fuoriclasse vincitori a Boston, citandovi solo alcuni di loro. Lagat, Moses Tanui, De Castella, Salazar, Rosa Mota ed Ingrid Kristiansen pensiamo che bastino a dare un’idea, anche se la Heartbreak Hill ha respinto fior di campioni, Abebe Bikila per primo.

Tuttavia, se dovessimo fare un nome solo per ricordare questa magica gara, non avremmo dubbi e sceglieremmo John A. Kelley: 58 volte finisher, dal 1928 ha partecipato a 61 edizioni volte nell’arco di una settantina d’anni. Nel suo palmares due vittorie (1935 e 1945), sette secondi posti e per diciotto volte tra i top-ten. Nel 1991 John ha corso la sua ultima Boston Marathon, all’età di 83 anni.

I bostoniani, ad imperituro ricordo, hanno eretto in suo onore una bella statua che lo raffigura ventisettenne vincitore nel 1935, mentre stringe la mano a se stesso, raffigurato ormai ottantenne nell’edizione del 1991.

Provate a pensare dove si trova la statua? Si. Avete indovinato, proprio a Newton, sulla Heartbreak Hill.